Dietro la nostalgia malinconica di occasioni perse, esperienze mai vissute, dolori personali tutt'altro che vincibili, quello che Alessandro Lugli, profeta di una poesia che perfora prima il cuore che l'occhio che legge, trasmette (è un dato di fatto, non una volontà, perché Alessandro emana senso, non indulgendo a sterile autopropaganda) è, in realtà, un messaggio di inesauribile slancio alla vita, come solo può venire da sopravvissuti, come noi, che non cercano rivincite, non rimestano nel torbido calderone di vendette, rimpianti, rimorsi, ma, dietro dolenti ricordi, sentono di aver già superato, conducendo per mano il lettore attraverso la luce di dentro, quella che, se c'è, non si spegne mai, e nemmeno affievolisce nel sussurro, a volte assordante, di mille avrei voluto.