Gaio Giulio Cesare Il grande populista
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Nella Roma tardo-repubblicana, travagliata da una corruzione crescente e da annosi conflitti intestini tra la classe gentilizia e quella plebea, i candidati alle cariche pubbliche raggiungevano l'elezione grazie a fiumi di denaro versato all'elettorato. Per competere con il ricco patriziato, l'ambizioso Giulio Cesare s'indebitò fino al collo, e con il voto del Popolo, ricambiato con l'emanazione di leggi gradite al proletariato, raggiunse le più alte cariche dello Stato. La classe conservatrice dominante, vedendo lesi i propri interessi da chi ormai aveva preso il posto di capo partito democratico, rimasto vuoto dopo l'assassinio dei Gracchi, cercò di bloccare l'illustre avversario prima per via legale, poi con il ricorso alle armi. Non vi riuscì e in una seduta del Senato lo uccise. Con il sobrio scrittore di stile attico, con il generale invincibile e lo statista illuminato, scompariva anche il grande populista, il politico che forse meglio di ogni altro è stato in grado di creare un'osmosi d'intenti tra sé medesimo e il Popolo.
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