La silloge d'esordio di Eleonora Ferrari si presta quantomeno a una duplice lettura e conseguente interpretazione binaria. Da un lato essa si muove su un piano strettamente personale, ove l'amore e il sentimento sono padroni indiscussi della riflessione poetica. D'altro canto non è priva di un più ampio respiro sociale, di un ragionare attorno alla condizione umana attuale, e soprattutto in questo senso è permeata da un fortissimo pessimismo riguardo l'essenza stessa dell'individuo. Ad avviso della poetessa, l'uomo è intimamente corrotto, ipocrita per natura, incline al perseguimento del proprio tornaconto personale a discapito di un bene superiore, collettivo, il che ha condotto la società a un degrado cosmico progressivo.