Giuseppe in Italia

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Raimondi Giuseppe
I chiodi
Libro in brossura
04 Febbraio 2021
200
Nuovo
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Con un'essenziale introduzione di Nicolò Maldina, ripubblichiamo nei chiodi un libro che da troppo tempo non circola più tra i lettori, e che può offrire un'immagine un po' meno schematica della narrativa italiana del secondo dopoguerra. Giuseppe Raimondi si formò durante i primi anni Venti nella rivista La Ronda, e praticò poi sempre una scrittura polita, cesellata, autobiografica. Ma in questo Giuseppe in Italia, come scrive Maldina, l'autobiografia arriva a coincidere con la «narrazione della vita, politica e culturale, dell'Italia della prima metà del XX secolo». Non a caso Mondadori lo stampò nel 1949 in una collana di studi sociali. Il prefatore Remo Cantoni vide subito nelle sue pagine un prezioso documento sulle vicende umane e intellettuali di un'intera generazione, quella nata tra Otto e Novecento e condannata a sentirsi sempre in anticipo o in ritardo sugli eventi della storia patria. Raimondi la rappresenta con uno stile stenografico ma pensoso, ritagliando tra le pause dei punti e virgola una serie di chiusi tableaux. La sua parsimonia artigiana, unita all'apprendistato della prosa d'arte, gli vieta di comporre i ricordi nel continuum di un romanzo; eppure sotto il titolo insieme umile e superbo, questo figlio della piccola borghesia operaia sa davvero restituirci un denso scorcio della storia bolognese e nazionale dal 1898 della sua nascita alla Liberazione, dagli anarco-socialisti umbertini che esaltano l'Ideale nei caffè dietro Piazza Maggiore alle bandiere polacche issate su Palazzo d'Accursio. In mezzo c'è la formazione di Giuseppe, che conquista la lingua letteraria dei «sgnauri»: i legami con Campana e Morandi, le cartoline di Apollinaire al fronte, i dialoghi romani con Cardarelli... Poi, negli anni Trenta, Raimondi smette di scrivere e scruta l'ordine fascista dalla sua bottega di stufe in Santo Stefano, rifugiandosi in Pascal, Leopardi, Rimbaud, Baudelaire, o negli scienziati del Seicento. I libri, da segno di emancipazione, si fanno muro, come durante gli sfollamenti tra Alfonsine e Molinella. Ma anche nelle stagioni più buie, il Giuseppe è illuminato da una fantasia istintivamente pittorica. Raimondi insiste su due colori: da una parte la «monodia dei rossi» d'arenaria, ma anche del «sangue secco» di antiche faide cittadine; dall'altra parte il verde, che all'inizio connota i biliardi dei vaporosi caffè-acquari, e alla fine una memorabile fuga dalle bombe sotto il granturco.
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