«Duccio Alessandro Marchi è musicista e contemporaneamente poeta. Poeta in una lingua viva e antica al medesimo tempo: il dialetto di Urbino, la città nella quale è nato e vissuto, un dialetto recuperato dalle sue radici popolari e nel suo ritmo di filastrocche e ballata. Si tratta di un linguaggio immediato e ruvido, con suoni aggettanti e rime irrompenti ed aspre che ben si accordano al battere della struttura musicale, avvedutamente condotta sugli snodi sinuosi e fluidi del piano elettrico, della fisarmonica, delle tastiere, della batteria e del flicorno baritono. Che interviene in altri termini sul carattere e sulla modularità della ricca e sapiente strumentazione che è sviluppata volta per volta nei diversi arrangiamenti. Al centro di tutto si colloca la voce dello stesso Marchi. Una voce che con nostalgia e accorata determinazione fronteggia lo svenimento delle cose e delle persone, e al tempo stesso la perdita di consuetudini che appena ieri apparivano intatte e oggi quasi non esistono più. Il risultato è la restituzione del dialetto al piano della nostra percezione e sensibilità moderna, ma anche la nascita della canzone dialettale urbinate» (Presentazione di Gualtiero De Santi)