La nostalgia ancestrale, la tensione melanconica verso una dimensione ideale perduta e compianta è un leitmotiv che ricorre sistematicamente nella silloge del poeta veneto. Parallelamente a quello del crudele disinganno adulto, del requiem dei sogni anziani e romantici covati nell'intimità fin dall'infanzia e poi drammaticamente abortiti. L'autore, ispirato dalla sua fervida fantasia visionaria, canta il disincanto che irrompe feroce a stuprare l'ardore delle passioni giovanili, le utopie di idillio e di simbiosi con la grande Anima dell'universo dolcemente cullate nella stagione delle illusioni. E l'idea di un'armonia primordiale con la Natura e con le meccaniche insondabili del cosmo, insultata e travolta dal fortunale degli affanni e delle angosce, naufraga miseramente, inghiottita dalle acque irrequiete di un oceano nemico. Così, le speranze accarezzate nella primavera dell'esistenza tramontano, dileguandosi oltre un orizzonte oscuro e tempestoso di incubi inquietanti. Ma la poesia, per Biasuzzi, sembra rivestire in primis una funzione catartica, liberatoria.